Inquadramento territoriale e ambientale

Dinamiche evolutive dell’uso del suolo
Partendo dalle banche dati regionali sull’uso del suolo (volo GAI 1954 e DUSAF 2.1), sono state effettuate elaborazioni cartografiche per definire, quantificare e localizzare le variazione negli usi del suolo.
Osservando i dati riferiti al volo GAI del 1954, si può notare come la vocazione dei Comuni dell’area di progetto fosse fortemente agricola (circa il 92% del territorio dei 6 Comuni era destinato all’attività agricola). La restante porzione di territorio si divideva in tessuto urbanizzato e aree boscate e seminaturali, per lo più di uguale estensione.
Il confronto con la banca dati DUSAF 2.1 del 2007 evidenzia un notevole incremento di territorio urbanizzato, e quindi impermeabile, a discapito principalmente delle aree agricole. In 53 anni, nel territorio dei 6 Comuni, il tessuto urbanizzato è passato da circa 534ha nel 1954, a circa 1.800ha nel 2007, con un incremento di circa 24ha all’anno. Le aree agricole sono invece diminuite passando da 9.600ha nel 1954 a circa 8.300ha nel 2007, un decremento pari a 1.200ha, ovvero circa 23ha all’anno.
L’antropizzazione è avvenuta principalmente nelle aree contermini ai centri abitati a eccezione dei complessi industriali e logistici esterni al tessuto urbano, e delle infrastrutture viarie e ferroviarie e relativi servizi accessori presenti ad ovest dei comuni.

Inquadramento ambientale
L’area di indagine degli aspetti più naturalistco-ambientali ha riguardato una porzione di territorio più ampia di quella del PLIS del Brembiolo.
La presenza e la continuità di aree sufficientemente estese destinate a funzioni agro–silvo–pastorali (ovvero non urbanizzate) sono un fattore fondamentale per la biodiversità e più in generale per il livello di sostenibilità ambientale del territorio e della sua struttura economico-sociale. Infatti, una rete ecologica ridotta e poco diversificata, frammentata da aree urbanizzate e da infrastrutture, condiziona negativamente la biodiversità e le altre componenti ambientali (suolo, clima, qualità dell’aria, ciclo dell’acqua, l’assetto idrogeologico, il paesaggio, etc.) determinando condizioni di “scarsa vivibilità” anche per l’uomo. Per contro l'esistenza di spazi liberi da insediamenti e infrastrutture consente il collegamento di molte delle aree di maggior rilevanza tra loro; da qui la possibilità di garantirne una sopravvivenza che vada al di là di quella del PLIS stesso. Le formazioni naturaliformi del Parco risentono in maniera evidente l’elevata pressione antropica che agisce sul territorio, con effetti tendenzialmente negativi sulla ricchezza e sulla diversità delle differenti componenti biotiche. Pressione che trova riscontro nel grado di urbanizzazione delle aree e nella quota di superficie destinata alle colture.
Al di fuori dei residui lembi boschivi, le monoculture intensive lasciano scarso spazio ad arbusteti, incolti, campi a riposo, siepi e filari; inoltre la conformazione attuale del parco, con interruzioni e/o strozzature in corrispondenza dei nuclei abitati di maggiori dimensioni, riduce le potenzialità dell’area in relazione alla capacità degli habitat ad ospitare specie animali e vegetali diversificate e alla loro continuità.

Indagini naturalistiche
Per meglio valutare il livello di connessione ecologica dell’area e individuare le eventuali aree critiche sulle quali sarebbe opportuno intervenire prioritariamente, sono state effettuate delle indagini naturalistiche volte a individuare le principali componenti vegetali e faunistiche dell’area.
La quota più rilevante del territorio non urbanizzato è occupata da aree agricole a prevalenza di monocolture cerealicole (soprattutto mais) seguite dalla soia, con presenza ridotta di elementi floristici.
All’interno della valle fluviale del Brembiolo, in particolare nel settore meridionale dell’area di studio, risultano diffusi i prati da fieno. Pur trattandosi di ambienti la cui esistenza è legata all’attività antropica, e in particolare a forme tradizionali di allevamento, i prati stabili rappresentano una nota di diversità, sia biologica che paesaggistica, che costituisce motivo di apprezzabile interesse.
Le aree a maggior grado di naturalità sono costituite dagli incolti, tipici dei coltivi abbandonati e delle aree ubicate al margine degli abitati, e da siepi e filari. Evidenziano una composizione floristica variabile ed eterogenea, influenzata soprattutto dalla situazione pregressa e dai fattori di disturbo in gioco.
Gli incolti rappresentano comunque uno stadio transitorio, destinato a evolvere, più o meno rapidamente e qualora non intervengano azioni di disturbo o di controllo (es. sfalcio), verso il bosco.
Le aree boscate sono invece assai poco diffuse nell’area d’indagine e localizzate preferenzialmente in corrispondenza delle scarpate e dei corsi d’acqua principali, oppure derivano da colonizzazione di aree in precedenza coltivate. Fanno eccezione, per l’estensione decisamente superiore alla media, due casi: il primo, a nord, è rappresentato dal “Bosco urbano di Zorlesco”, il secondo dall’area boscata che costituisce il nucleo centrale della Riserva Naturale di “Monticchie”, entrambi oggetto anche, in anni recenti, di ripetuti interventi di forestazione.
Il territorio in esame è interessato inoltre dalla presenza di un fitto reticolo idrografico superficiale, con corsi d’acqua ad andamento naturaliforme come il Brembiolo e, soprattutto, di una trama estesa di canali di vario calibro e portata. Sono altresì presenti, nel settore meridionale, alcuni piccoli laghetti la cui origine è riconducibile all’esistenza di attività estrattive pregresse. A questi ambienti è ovviamente associata una vegetazione igrofila di bordura.
Per quanto riguarda la fauna, l’attenzione è stata rivolta alla fauna vertebrata (pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi) e ad alcuni gruppi di invertebrati, in particolare odonati (libellule), lepidotteri (farfalle) e crostacei. L’attività di campo è stata integrata con informazioni ricavate dalla bibliografia esistente, in particolare per quanto concerne i pesci.
La scelta dei gruppi faunistici di riferimento è stata operata in relazione ai seguenti criteri:
• gli anfibi risentono particolarmente del frazionamento dell’habitat e dell’interruzione dei corridoi ecologici e quindi sono di particolare interesse in studi come il presente. Per i rettili le motivazioni sono del tutto analoghe.
• gli uccelli offrono informazioni qualitative circa l’habitat dove vengono osservati e i mammiferi, dotati di buone capacità di spostamento, possono rivelare direttrici di movimento. Obbiettivo del progetto è comunque anche fornire un quadro aggiornato della fauna del PLIS.
• gli odonati, legati per la riproduzione alle zone umide e quindi al Brembiolo ed alle sue pertinenze, consentono con le loro comunità di caratterizzare i tratti del Brembiolo e i siti più significativi; questo è importante in quanto occorre considerare il Brembiolo come l’asse portante di tutto il PLIS e quindi, con le pertinenze, l’asse di collegamento principe.
• i lepidotteri con le loro comunità forniscono informazioni sulla biodiversità del territorio e possono concorrere a formulare un giudizio oggettivo di qualità ambientale e naturalistica.
• pesci e crostacei completano la “panoramica” sulla fauna più significativa del territorio interessato dal progetto.
Data la contiguità con la Riserva Naturale di Monticchie e le caratteristiche ambientali, l’area di studio risulta idonea ad ospitare molte delle specie presenti nella Riserva, alcune delle quali di interesse conservazionistico anche a livello europeo (Tritone crestato, Rana di Lataste, Testuggine palustre europea, Panzarolo e numerosi chirotteri).

Per maggiori dettagli sulle specie rilevate consultare il documento “Studio di fattibilità” scaricabile nell’Area download.

 

 

 

 

Parco Locale di Interesse Sovracomunale Brembiolo